Quella pazza idea di una valuta unica per i Paesi Brics

L’estate è un periodo in cui tradizionalmente i media mostrano un’insopprimibile predilezione per le esagerazioni e l’inverosimile. Ad esempio è stata rilanciata, con dispendio di tecnologie mirabolanti, la caccia al mostro di Loch Ness, che appassiona da diversi decenni un segmento di pubblico prono alla credulità. Ma la feroce concorrenza dei cacciatori di creature preistoriche tra le brume scozzesi, è stata sbaragliata dal «vertice» dei cosiddetti Brics che ha infervorato i profeti della de-dollarizzazione.

I Brics costituiscono un gruppo di Paesi con interessi largamente disomogenei, spesso contrapposti, ma che un clamore retorico di inclinazione vetero-terzomondista, spinge a proporsi come catalizzatore di un polo economico e geopolitico contrapposto al G7 e in generale ai paesi Ocse.

A coronamento di tale frenesia estiva, su diversi media è rimbalzata la proposta di creare una valuta che rivaleggiasse e addirittura soppiantasse il dollaro nelle transazioni commerciali e nel sistema finanziario globale.

Basterebbe un’occhiata ai grafici delle svalutazioni che hanno subito nell’arco di dieci anni le valute dei Paesi fondatori di questo augusto consesso per liquidarne le velleità. La moneta del Paese che ospitava il vertice, il rand sudafricano, ha perso oltre l’80% rispetto al biglietto verde. Il real brasiliano ha perso metà del valore, il rublo circa due terzi (più della metà prima dell’invasione dell’Ucraina), la rupia poco più di un terzo (nonostante i vincoli all’esportazione di capitali).

Infine la valuta cinese, lo yuan, che nelle menti angustiate dall’afa dovrebbe scalzare il dollaro, ha perso oltre il 20 percento, nonostante il cambio venga controllato ossessivamente dalla banca centrale cinese, grazie ai ferrei controlli sui movimenti di capitale imposti dal governo comunista.

Ad ogni modo è surreale ipotizzare che il ruolo del dollaro possa essere scalfito seriamente da una valuta comune di economie scarsamente integrate, alcune delle quali esposte alle variazione dei prezzi delle materie prime, con mercati finanziari asfittici, riunite in un consesso privo di un minimo assetto istituzionale e di regole comuni. Quale linee guida di politica monetaria potrebbe adottare una banca centrale di un siffatto agglomerato?

Non si può escludere che i Brics trovino qualche terreno di cooperazione, ad esempio, Brasile e Cina il cui interscambio commerciale è in sostanziale equilibrio, potrebbero regolare le loro transazioni in yuan, ma ciò avrebbe effetti trascurabili sul ruolo internazionale del dollaro. È molto meno probabile che gli esportatori russi o sudafricani accettino bonifici in rupie (di cui peraltro la banca centrale russa ha accumulato un notevole quantitativo di cui non riesce a disfarsi). In definitiva il Nessie valutario, battezzato R5 dalle iniziali delle monete dei Brics, è destinato a rimanere elusivo come la creatura degli abissi lacustri, ma ciononostante in rete garantisce un ricco bottino di click.

Tuttavia il prorompente desiderio di superare gli angusti confini della logica, proclamando l’inarrestabile decadenza americana, è insopprimibile in un certo demi-monde allergico ai dati. Pertanto la fervida fantasia che accomuna cacciatori di mostri e di click, ha partorito l’idea che i Brics garantiranno la convertibilità dell’R5 in oro, in un’inedita miscela di anti-americanismo, scuola austriaca, anticapitalismo e libertarismo anarcoide. Una grottesca riedizione del sistema di Bretton Woods schiantatosi nel 1971, ma ancora rimpianto da certe frange.

Un R5 legato all’oro sopravviverebbe quanto un bradipo in tangenziale. Al gold standard di Bretton Woods aderivano tutte le economie di mercato del pianeta le cui banche centrali erano in grado, grazie a enormi riserve d’oro, di mantenere inalterato il prezzo di 35 dollari l’oncia (a parte occasionali riallineamenti).

I Brics, con o senza l’aggiunta dei nuovi membri, non avrebbero la forza di ingessare il mercato mondiale del metallo giallo. Si creerebbe dunque una gigantesca opportunità di arbitraggio perché non appena i movimenti dei cambi e le variazioni del prezzo dell’oro fossero disallineati, i trader globali costringerebbero la banca centrale dei Brics a emettere o ritirare liquidità o a variare i tassi di interesse per far fronte alla valanga di richieste di conversione.

Insomma la Madre di Tutte le Speculazioni farebbe deragliare in poco tempo la politica monetaria degli untorelli, arrivati dal Sud del mondo con l’ambizione di spiantare il dollaro.

L’Articolo scritto a 4 mani con Fabio Scacciavillani e pubblicato su Il Sole 24 Ore, 06 Ottobre 2023

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