L’India corre, sì ma rimangono molte zavorre

Mentre la Cina annaspa, l’attenzione dei mercati viene irresistibilmente calamitata dall’India, i cui ritmi di crescita, benché inferiori, evocano quelli cinesi degli anni d’oro. L’indice Sensex della Borsa di Mumbai nei passati 12 mesi è salito di oltre il 25%, lo Shanghai Composite Index, nonostante il recente rimbalzo, nello stesso periodo ha ceduto un po’ meno del 10 per cento. Ancora più impietoso il confronto con l’Hang Seng di Hong Kong precipitato di oltre il 40% dal picco del febbraio 2021, mentre il Sensex guadagnava il 45 per cento.

La febbre indiana è talmente contagiosa da indurre a preconizzare che la nuova tigre possa sostituire il claudicante drago cinese nel traino dell’economia globale. Ma le analogie sono fuorvianti. La Cina è diventata la maggior manifattura del mondo grazie a decennali massicci investimenti in capacita industriale e infrastrutturale. Tuttavia quel sentiero di sviluppo all’India è precluso per un semplice motivo: il mondo è troppo piccolo per assorbire due mastodontici poli manifatturieri. Inoltre l’India non dispone delle infrastrutture logistiche necessarie per l’esportazione di cospicui volumi di beni. Né è in grado di dotarsene in tempi brevi, perché burocrazia e corruttela endemica ergono inestricabili intralci. La Cina ha costruito una capillare rete ferroviaria ad alta velocità in dieci anni. Nello stesso lasso di tempo l’India non ha ancora completato la prima linea da Mumbai ad Ahmedabad.

Se si aggiunge l’imminente diffusione della robotica e della stampa 3D, appare evidente che lo sviluppo indiano non può imperniarsi sulla specializzazione in industrie esportatrici ad alta intensità di lavoro.

In sostanza, le opportunità vanno colte nei servizi dove l’India ha già acquisito una certa reputazione internazionale soprattutto nell’IT. Ma anche in questa direzione gli ostacoli non mancano. Le aziende a più alta intensità di capitale umano generano molto valore aggiunto ma poca occupazione, mentre la miriade di micro imprese, dotate di scarso capitale fisico, impiegano lavoratori poco qualificati e produttivi.

Pertanto anche con una crescita intorno al 7%, l’economia indiana non crea i 12 milioni di posti di lavoro all’anno necessari per assorbire i nuovi entranti, senza contare le masse sottoccupate in agricoltura. Per fare un paragone, la Cina ai tempi in cui la sua ondata demografica aveva la stessa intensità di quella indiana attuale, cresceva a doppia cifra.

Dal momento che oggi il valore si crea con l’economia della conoscenza, cioè idee innovative, proprietà intellettuale, progettazione di nuovi dispositivi, tecnologia avanzata, per spezzare il cerchio del sottosviluppo è imperativo moltiplicare gli investimenti nell’istruzione ed elevare le competenze di chi si affaccia nel mondo del lavoro. Ma il bilancio per l’istruzione superiore ammonta ad appena 2 miliardi di dollari (quanto i sussidi concessi a Intel dal governo per costruire una fabbrica da 5000 addetti). E oltre alle nuove generazioni vanno formate le vecchie che costituiscono il 75% della popolazione.

Compito erculeo considerando che quasi un quarto degli over 25 è ancora analfabeta e un’altra metà non ha un diploma di scuola superiore. Il restante 25% ha conseguito una laurea di qualità molto dubbia: non a caso la metà dei laureati rimane a lungo disoccupata.

Altre due zavorre sulle ali dello di sviluppo sono l’assistenza sanitaria spesso rudimentale e la malnutrizione intorno al 35% con forti disparità territoriali: nel Kerala è del 6%, altrove raggiunge il 55%, cioè tra i casi più disperati al mondo.

Secondo il Global Hunger Index 2022, l’India si colloca al 107esimo posto su 121 Paesi, per livello di fame e insicurezza alimentare, spesso causata non dalla scarsità dei raccolti, quanto dalla carenza di magazzini, specie refrigerati.

Infine la mobilità sociale in India è tuttora ostaggio del sistema di caste, per cui i personaggi famosi come Satya Nadella, Ceo di Microsoft, appartengono ai Bramini Telugu mentre i Dalit (gli Intoccabili) difficilmente assurgono a posizioni di rilievo. Se si considerano anche le virulente tensioni tra indù e mussulmani il quadro complessivo non è idilliaco.

In conclusione, per l’India è impossibile replicare il modello adottato dalla Cina sin dagli anni ‘8o e le alternative sono costellate di insidie.

Le elezioni politiche che inizieranno il 19 aprile (in cui Modi parte favorito, grazie a un decennio di crescita robusta, costellato da effettive liberalizzazioni) forniranno l’occasione per decidere come affrontarle.

L’Articolo scritto a 4 mani con Fabio Scacciavillani e pubblicato su Il Sole 24 Ore

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