La battaglia di Arbuzovka: i Caduti e la Bandiera

In questi giorni ricorre il 75° anniversario del tragico ripiegamento delle truppe italiane dell’Armir nei territori dell’ex Unione Sovietica.
La battaglia di rottura, avvenuta dall’11 al 16 dicembre del 1942 nel settore tenuto da reparti tedeschi e C.N., dalle divisioni Ravenna e Cosseria, diede inizio alla seconda battaglia difensiva del Don, di cui furono tragiche protagoniste le divisioni di fanteria italiane.
La penetrazione delle truppe corazzate russe nelle linee italo-tedesche a partire dal 17 dicembre, chiuse le divisioni italiane in una immensa sacca, obbligandole ad un tardivo ripiegamento in data 19 dicembre. Fra queste, i resti delle divisioni Ravenna e Cosseria, le divisioni Torino e Pasubio e reparti della Celere, vennero a formare il cosiddetto “blocco nord” e, dopo lunghe marce, battaglie cruente ed assalti disperati, sostenuti dalla 298^ divisione germanica e dai pochi carri armati del gruppo Hoffmann, riuscirono a rientrare entro le linee italo-tedesche solo il 17 gennaio 1943.
Furono assediate una prima volta ad Arbuzovka (21-23 dicembre) e poi a Chertkovo (26 dicembre-16 gennaio). La divisione Torino partecipò a questi drammatici eventi ed, essendo una di quelle che aveva iniziato il ripiegamento in condizioni migliori, ebbe un ruolo di primo piano nell’apertura dei varchi e nella difesa della lunga colonna (circa 30.000 uomini) che si muoveva, per lo più a piedi, nella steppa ghiacciata, sotto l’incessante attacco delle truppe sovietiche, data la mancanza di carburante e il caos sulle piste. Della Torino facevano parte due reggimenti di fucilieri (81° e 82°) e il 52° reggimento di artiglieria.
Alle ore 22 del 20 dicembre la Torino si schierava a difesa della colonna, col III gruppo del capitano Bacchelli. La mattina del 21 le batterie prendevano posizione e i reparti dell’81° e dell’82° partivano al contrattacco per aprire un varco. Nell’occasione, le bandiere dei due reggimenti venivano issate sul campo di battaglia. Verso le ore 9 la colonna proseguiva per Podznyakov, poi combatteva sul fiume Tichaya e il 21 giungeva ad Arbuzovka. Qui, nella “valle della morte”, ebbe luogo un sanguinoso e incessante assedio.
Secondo la ricostruzione fatta da Giovanni Di Girolamo, alle ore 12 del 22 dicembre, in pieno assedio di mortai, katyushe e cannoni, i comandanti dei reggimenti si riunivano su una piccola altura non lontana dal comando (in foto), per studiare la situazione e riordinare i reparti, ma una granata di mortaio da 120 mm colpiva la zona. Il comandante dell’82° reggimento (Enrico De Gennaro) moriva alcuni minuti dopo per via di un profondo taglio alla testa. Il comandante dell’81° (Santini) era gravemente ferito alla testa. Rosati aveva le gambe spezzate, sarebbe morto nella nottata sul 24 per via di un nuovo bombardamento. Più che alla morte, il pensiero di questi comandanti andò alla Bandiera e ai soldati.
Nonostante la bolgia infernale, con coraggio e incoscienza dettati dalla situazione, molti volontari andarono all’assalto sulle alture per alleggerire la pressione e aprire una via d’uscita dalla conca. Un valoroso cavaliere salì a cavallo e sventolando la bandiera esortò i compagni ad andare all’assalto. L’eroico cavaliere era Plado Mosca, carabiniere aggregato alla divisione Torino. Episodio analogo vide protagonista Mario Iacovitti.
Vista la situazione drammatica e il pericolo di essere sopraffatti, la sera del 23 il generale Lerici, comandante della divisione, dava l’ordine di bruciare le bandiere dei reggimenti. Il sergente maggiore Giuliana (divisione Ravenna), racconta che “l’ordine è di bruciare le bandiere per non farle cadere in mano al nemico. È straziante vedere il fuoco che consuma le bandiere e con esse la nostra identità”.

La bandiera dell’82° reggimento fu sepolta col suo comandante, sotto la giacca. La tomba di De Gennaro non è mai stata individuata. Sorte simile ebbe la bandiera dell’81° reggimento. Franco Martini racconta che, quando fu catturato, era rimasto indietro rispetto al suo reparto perché, insieme all’alfiere e al comandante del battaglione (maggiore Paglia) stava cercando di salvare la bandiera del reggimento, facendola a pezzi per sottrarla ai russi e conservarne un brandello. Questo episodio avvenne il 21 dicembre.
In momenti di assoluta drammaticità, sotto bombardamenti intensi e incessanti, in piena bufera, mentre nel gelo giacevano migliaia di Caduti e feriti, i soldati italiani prendevano a cuore la Bandiera, preoccupandosi che non finisse in mano nemica. La Bandiera, simbolo di identità, fu, quindi, protagonista di un estremo sacrificio di molti giovani soldati che rimasero per sempre lontani dalle loro case e famiglie, sepolti nella immensa steppa gelata, in quella tragica e dolorosa epopea dell’Armir.
La bandiera di guerra dell’82° è decorata di diverse onorificenze, fra cui una medaglia d’oro e tre medaglie d’argento al valor militare. Due medaglie d’argento risalivano alla campagna di Libia (1911) e alla prima guerra mondiale (battaglie sull’Isonzo e sul Piave). La festa del reggimento cade il 16 gennaio, anniversario della battaglia di Cerkovo, data in cui i resti della colonna italiana riuscivano a lasciare il presidio e a dirigersi, con molte perdite, verso le linee italo-tedesche ad ovest.
Lo scorso 7 gennaio c’è stata la ricorrenza della nascita del tricolore.
La motivazione con cui fu concessa la medaglia d’oro al valor militare all’82° reggimento cita testualmente (decreto 31 dicembre 1947): “…sopraggiunto il duro inverno russo e con esso una poderosa offensiva dell’avversario a largo raggio, l’82º Reggimento Fanteria, gareggiando per disciplina e tenacia con gli altri reparti della Divisione, ripiegava, secondo gli ordini ricevuti, su una seconda linea prestabilita e, giunto poi l’ordine di un ripiegamento generale, si distingueva per resistenza ed eroismo nel sostenere e respingere più volte il poderoso urto nemico. Accerchiato una prima volta ad Arbusow, riusciva a rompere l’anello dell’assedio dopo due giorni di accanita lotta e a raggiungere con epica, ininterrotta marcia durata oltre trentasei ore, a digiuno e fra i mortali tormenti di una temperatura polare, un altro più arretrato caposaldo contro cui, nuovamente accerchiato, teneva fronte al nemico per ben ventiquattro giorni. Rotto infine anche questo secondo assedio, con altra eroica marcia, perduti ormai complessivamente il 90% dei propri effettivi, riusciva a ricongiungersi coi resti della propria armata. La gloriosa, lacera Bandiera, nascosta sul petto dell’eroico comandante ferito a morte, veniva con lui sepolta sotto la desolata steppa nevosa senza cassa e senza nome come il seme che dovrà risorgere in fiore e in frutto al buon sole estivo”.
La Bandiera di Guerra del 52º Reggimento Artiglieria fu anch’essa decorata di medaglia d’oro con la seguente motivazione: “…Avendo dovuto cedere tutta la benzina rimasta ai carri armati alleati che scortavano la Divisione, trasforma tutti i suoi artiglieri in fanti, dopo aver sacrificato ad uno ad uno i suoi pezzi non senza prima averli resi inefficienti. Assediato una prima volta in una zona fortemente battuta, lanciava i superstiti all’assalto alla baionetta, riuscendo a rompere il cerchio…Il glorioso Stendardo, colpito più volte col proprio colonnello comandante dal fuoco delle artiglierie e mortai nemici, bruciava entro l’autovettura frantumata, sparendo così nella mischia come il simbolo di un mitico eroe trasumanato dal fuoco”.
Ai nostri Caduti e ai Dispersi, attesi invano per decenni dalle loro famiglie, l’eterno ricordo.
 
di Giovanni Di Girolamo, 16 gennaio 2018
 

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