Cina, edilizia in crisi e forti investimenti nell’industria 

Nell’incontro di Ursula von der Leyen e Charles Michel con Xi Jinping lo scorso 7 dicembre il tema più scottante in agenda era il crescente deficit commerciale a favore della Cina. La Presidente della Commissione Ue ha diplomaticamente rimarcato che «La Cina è il più importante partner commerciale dell’Ue, ma ci sono chiari squilibri e differenze che devono essere risolti». E per non lasciare spazio ad ambiguità ha chiarito in conferenza stampa che sussiste «una lista di elementi su cui lavorare per risolvere il problema degli squilibri, nell’ampio contesto della capacità produttiva in eccesso che sta creando problemi sui mercati e che la Cina è nelle condizioni di gestire». Il deficit commerciale dell’Ue verso la Cina è più che raddoppiato dal 2019 al 2022 passando da 165 a 365,7 miliardi di euro, anche se nel 2023 dovrebbe ridursi a circa 250 miliardi. Ma non saranno vaghe lagnanze a spingere Xi Jinping verso un’inversione di rotta. Perché riversare manufatti e semilavorati sui mercati globali è un imperativo strategico se non addirittura vitale, soprattutto nell’ottica di lungo periodo prediletta dai vertici del PCC. La crescita del Pil cinese si è sostanzialmente dimezzata in 10 anni, passando da oltre il 10% nel 2012 al 5% atteso per tutto il 2023. Nei prossimi dieci anni si dimezzerà ancora al 2,5% secondo le previsioni più accreditate. Le ragioni sono legate a squilibri strutturali, quegli stessi squilibri che hanno carburato il miracolo economico cinese: risparmi assurdamente elevati e consumi ostinatamente bassi. Nel 2022 gli investimenti hanno rappresentato circa ll 43% del Pil, con una media di   oltre il 40% negli ultimi 30 anni. Il tasso di risparmio della Cina si aggira ancora attorno al 45% del Pil mentre: nel resto del globo questa percentuale è intorno al 25%. Michael Pettis in un articolo sul «Financial Times» del 7 novembre (The global constraints to Chinese growth) ha riassunto il nocciolo della questione. «Sebbene la Cina rappresenti il 18% del Pil mondiale, rappresenta solo il 13% dei consumi globali e un sorprendente 32% degli investimenti globali. Ogni dollaro di investimento nell’economia globale è bilanciato da 3,2 dollari di consumo e da 4,1 dollari nel mondo esclusa la Cina. In Cina, tuttavia, è compensato da soli 1,3 dollari di consumi». Una fetta cospicua degli investimenti è stata veicolata in passato verso le infrastrutture e l’edilizia, soprattutto residenziale. Tuttavia oggi quegli sbocchi sono ostruiti. Pertanto il governo di Pechino ha intimato alle banche di riorientare il credito verso il manifatturiero, magari con un occhio di riguardo per le imprese impegnate nella Via della Seta. Il flusso di investimenti si riversa sull’industria determinando un eccesso di capacità produttiva e quindi di offerta, che la domanda interna non assorbe a causa del risparmio precauzionale indotto dall’inadeguatezza dei servizi pubblici, specie pensioni e sanità. Insomma, ingenti risorse vengono sperperate seguendo le direttive del governo. I produttori cinesi, gravati dall’eccesso di capacità in un’economia in surplace, sono costretti ad aggredirei mercati esteri decurtando i prezzi, peraltro avvantaggiati dalla svalutazione dello yuan. I prezzi all’esportazione stanno diminuendo ad un tasso annuale vicino al 10% mentre all’interno si sta acuendo la deflazione dei prezzi alla produzione e al consumo (rispettivamente -0,3% e -0,5% annuale a novembre). A settembre l’UE ha avviato un’indagine sulla concorrenza sleale, causata dai sussidi, nell’esportazione di veicoli elettrici, ma il fenomeno è molto più esteso, dai pannelli solari all’elettronica, dalle telecomunicazioni ai prodotti chimici. Quindi affrontare la questione come se si trattasse di una disputa commerciale (che Pechino bolla come inveterato protezionismo) è del tutto fuorviante. L’aggressività mercantilista deriva dalla strategia fallimentare di Xi Jinping esplicitata nella cosiddetta dual circulation: protezionismo all’interno e libero commercio all’esterno. Si tratta di un disperato quanto futile tentativo di tenere in vita con sostegni pubblici un modello di sviluppo insostenibile, demolendo pezzi pregiati dell’industria europea che provocano ripercussioni gravi sull’occupazione ed aggravano la dipendenza strategica dalla Cina. Un esito che l’UE dovrebbe scongiurare con misure molto più drastiche ed immediate di un’indagine dagli esiti scontati.

 

L’Articolo scritto a 4 mani con Fabio Scacciavillani e pubblicato su Il Sole 24 Ore

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