Una leva concreta per avviare il cammino verso un vero mercato unico

Aprire una start up a Milano, cercare investitori a Parigi, assumere talenti a Barcellona e sbarcare a Berlino dovrebbe essere un percorso naturale. In realtà è un labirinto giuridico: 27 ordinamenti diversi, regole incompatibili, tempi e costi che rallentano la crescita e l’attrazione di capitali. Dietro lo slogan del «mercato unico» sopravvive una frammentazione che ostacola la nascita di scale-up europee e spinge molti founder a guardare al Delaware o a Londra per incorporare le proprie aziende. I numeri lo confermano: quasi il 30% delle start up europee dedicare almeno il 10% del personale esclusivamente a compiti di compliance.

Due rapporti, un’unica agenda

Non sorprende quindi che nel 2024 due rapporti abbiano riportato il tema al centro del dibattito: «Much more than a market» di Enrico Letta, pubblicato in aprile, e pochi mesi dopo il Rapporto Draghi sulla competitività europea. Il primo ha richiamato la necessità di completare il mercato unico, il secondo ha posto l’accento sull’innovazione e sul sostegno alle imprese ad alta crescita. Entrambi hanno riportato in primo piano il cosiddetto 28° regime.

Un’idea non nuova

Il progetto è semplice nella formulazione ma ambizioso nei risultati: offrire alle imprese un quadro opzionale di regole societarie comuni a tutta l’Ue, da adottare solo se conveniente, senza imporre vincoli agli Stati membri. Non è una novità. Già nel 2011 il Comitato Economico e Sociale Europeo aveva riconosciuto l’impossibilità politica di armonizzare integralmente le leggi nazionali, proponendo un regime opzionale per ridurre le barriere giuridiche al mercato unico. L’iniziativa non ebbe seguito, ma traccio un sentiero.

Il nodo dell’innovazione

Draghi ha rilanciato la proposta in un contesto diverso: il crescente ritardo tecnologico europeo. La diagnosi del rapporto è netta: Stati Uniti e Cina concentrano ricerca e sviluppo in intelligenza artificiale, cloud e calcolo quantistico; il venture capital europeo resta insufficiente per sostenere la crescita; circa il 30% delle start up europee diventate «unicorni» tra il 2008 e il 2021 ha trasferito la sede all’estero, soprattutto negli Usa. Da qui la proposta di una «Società Europea Innovativa», uno status giuridico opzionale con identità digitale unica e norme armonizzate su governance, insolvenza, lavoro e fiscalità. L’obiettivo è permettere alle start up di operare come vere imprese paneuropee, senza moltiplicare registrazioni e strutture nazionali.

La risposta di Bruxelles

Un anno dopo, la Commissione ha presentato la «Bussola per la competitività», che individua tre priorità: ridurre il gap innovativo, integrare decarbonizzazione e crescita, limitare le dipendenze strategiche. E una visione ambiziosa, che si sta traducendo in iniziative legislative. L’8 luglio 2025 è stata avviata anche una consultazione specifica sul 28° regime, con tre obiettivi dichiarati: semplificare le regole applicabili, ridurre i costi di compliance e creare un marchio europeo riconoscibile da investitori e istituzioni.

La spinta dal basso

Ma i rapporti e le strategie non bastano. Se l’Europa vuole cambiare rotta, deve mobilitarsi dal basso. L’innovazione non nasce per decreto, ma dallo skin in the game di chi opera sul mercato, attraverso un processo inevitabile di prove ed errori. È in questo spirito che è nata la petizione Eu-Inc, sostenuta da oltre 16mila firme e dall’adesione di 900 startup e 600 fondi di venture capital. Le richieste sono precise: una società europea a responsabilità limitata istituita tramite regolamento, un registro digitale unico per aprire imprese in 48 ore, un contratto standard per i finanziamenti early stage (Eu-Fast) e un quadro armonizzato per le stock option (Eu-Esop). Strumenti pensati per semplificare la vita delle imprese innovative e renderle più competitive a livello globale. I benefici sarebbero significativi. Per le start up, il 28° regime introdurrebbe la possibilità di una costituzione semplificata e uniforme in tutti i Paesi UE, sul modello delle C-Corp del Delaware, riducendo burocrazia e tempi di espansione. Inoltre, grazie a un quadro armonizzato sulle stock option, permetterebbe di offrire pacchetti di incentivazione più attrattivi e competitivi a livello internazionale, rafforzando la capacità di trattenere talenti su scala europea. L’iniziativa avrebbe effetti positivi anche per gli altri attori chiave dell’ecosistema. Un quadro giuridico armonizzato, affiancato da processi e documenti di investimento standardizzati, renderebbe più semplici gli investimenti cross-border per i venture capital e ridurrebbe i costi di transazione. La proposta, inoltre, sosterrebbe la costruzione di un vero mercato europeo dei capitali, in linea con la Capital Markets Union, attirando nuovi investitori istituzionali e liberando risorse per startup e scale-up. Le Università, dal canto loro, beneficerebbero di una maggiore integrazione delle infrastrutture e dei network, con opportunità più ampie per trasferire conoscenza e tecnologie verso le imprese innovative nella fase iniziale. Infine, abbiamo gli Stati, attori cruciali nel contesto europeo. In modo pragmatico, Eu-Inc non affronta il complesso tema dell’armonizzazione fiscale e del diritto del lavoro. Si tratta di un compromesso necessario per evitare diatribe politiche sulle sovranità nazionali, che rischierebbero di allontanare l’obiettivo di risultati concreti e rapidi. La logica è mantenere il regime aperto a tutti, rinviando eventuali interventi su tasse e lavoro a programmi specifici da avviare successivamente.

La sfida

Il 28° regime è oggi più di una suggestione teorica: rappresenta una leva concreta per la competitività europea. La Commissione ha avviato il cantiere normativo, mentre l’ecosistema dell’innovazione ha fatto sentire con forza la propria voce. La vera prova sarà trasformare questa convergenza in risultati tangibili, evitando che si riduca all’ennesima dichiarazione di principio, ma porti benefici operativi pratici a chi fa innovazione in Unione Europea.

L’articolo scritto insieme ad Andrea Savi, pubblicato su Il Sole 24 ore 

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