Molte delle azioni e pulsioni di Trump (nonché della corte dei miracoli che gli ruota attorno) sfuggono alla logica se non ci si munisce di una mappa meta-politica. Le radici del trumpismo riconducono a Nick Land. Ai più il nome dirà poco, ma si tratta del vate di una bizzarra corrente di pensiero nota come Accelerazionismo che coniuga, in estrema sintesi, autoritarismo e progresso tecnologico. Già nel 1992, Land (partito da posizioni marxiste deleuziane, per poi virare di 180 gradi) sosteneva che il capitalismo non è un sistema controllabile. E’ un processo che si auto alimenta, e, se lo si lascia dispiegare i suoi effetti senza vincoli, produce la massima efficienza sfruttando appieno gli avanzamenti della scienza.
Lo slogan accelerazionista “il capitale rivoluziona sé stesso più radicalmente di quanto qualsiasi ‘rivoluzione’ estrinseca potrebbe mai fare” esprime una sorta di fiducia messianica nel progresso scientifico e nelle sue applicazioni pratiche. Accelerare, secondo Land, significa imprimere un impulso all’innovazione, rimuovendo pesi e contrappesi tipici delle democrazie, per approdare al Brave New World della Singolarità, variamente definita come fusione uomo-macchina o superamento dei limiti biologici dell’uomo. L’idea di fondo è che l’intreccio tra capitalismo e tecnologia ottimizza le potenzialità umane, mentre la politica introduce indebiti “freni antropocentrici” per soddisfare bisogni collettivi e sentimenti umanitari. La democrazia non è “il culmine della civiltà”, ma la sua degenerazione, levatrice di caos, inefficienza e “tirannia soft” a vantaggio dei deboli.
In sintesi, Land avversa la democrazia liberale e propugna l’avvento di un autoritarismo 2.0. Queste teorie si sono intersecate con quelle di Curtis Yarvin, il quale descrive i sistemi democratici e le loro istituzioni come “software obsoleti” o “codici legacy”. Per questo vanno sostituiti con un nuovo assetto (un software nuovo) al cui vertice è assiso un sovrano assoluto razionale che ottimizzi il funzionamento dell’economia come un Ceo. Yarvin propone di frammentare lo Stato nazionale in piccole entità chiamate patchwork, focalizzate sull’innovazione e gestite come aziende che rispondono al monarca.
Sia Land che Yarvin considerano l’uguaglianza e la sovranità popolare di cui il suffragio universale è estrinsecazione, come “miti distruttivi” generati dall’Illuminismo. Invece lo Stato patchwork, evitando di impantanarsi in mediazioni, compromessi, diatribe e scontri sociali, aprirebbe una nuova era di progresso per l’umanità.
La Cina (dove Land si era trasferito del Regno Unito) o Singapore sarebbero modelli realizzati di questa “tecnocrazia autoritaria”. Non è un caso che Yervin sia stato un ospite d’onore all’inaugurazione di Trump un anno fa. Yarvin nel 2012 aveva proposto di smantellare la burocrazia governativa attraverso un piano denominato Rage (Retire All Government Employees, Pensionare tutti i dipendenti pubblici). Se vi evoca qualcosa di familiare è perché dal Rage di Yervin è emerso il
Doge di Elon Musk attraverso il Progetto 2025 della Heritage Foundation, che prevede il licenziamento di 50omila impiegati federali e lo smantellamento di intere agenzie.
Ma l’anello di congiunzione tra accelerazionismo e trumpismo non è tanto Musk (al momento caduto in disgrazia) quanto Peter Thiel, finanziatore della startup di Yarvin e mentore del Vice Presidente JD Vance, a sua volta adepto di Yarvin. E in quella Silicon Valley, considerata fino a un anno fa inespugnabile bastione liberal, non sono pochi i pezzi da 9o folgorati da queste farneticazioni.
Un preclaro esempio è Marc Andreessen (ex munifico finanziatore del Partito Democratico e tenace sostenitore di Hillary Clinton e Joe Biden) che cita Land nelle note finali del suo “Manifesto tecno-ottimista”. Lui afferma di non disprezzare la gente comune e i bisogni dei vari segmenti sociali, ma è evidente che il suo disegno di società ipertecnologica collima con quello di Yervin e Land.
E se tutto ciò non appare abbastanza inquietante, c’è un’ulteriore mania diffusa a Silicon Valley: il perseguimento dell’immortalità, suprema chimera della scienza, grazie alla criogenesi o ad analoghi vaneggiamenti. Il profeta è Bryan Johnson, multimilionario leader del movimento “Don’t Die”.
Insomma, questo è l’humus teorico sinistro che genera le raffiche di ordini esecutivi emanati da Trump, il disprezzo per il sistema giudiziario, l’aggiramento del Parlamento e la creazione di una gigantesca milizia alle sue dirette dipendenze.
Il nuovo articolo scritto a 4 mani con Fabio Scacciavillani e pubblicato su Il Sole 24 Ore, 15 gennaio 2026

