Il laboratorio Iran
L’erratica politica estera di Trump Travicello affonda le radici in un acquitrino dove si mescolano stravaganze variamente assortite. Per esempio l’ascendente su Trump, attraverso l’influenza di Peter Thiel e ID Vance, di personaggi stralunati come Nick Land, corifeo dell’accelerazionismo, e Curtis Yarvin propugnatore del dispotismo tecnocratico anti-illuminista.
Di conseguenza l’universo politico MAGA ha assorbito, almeno in parte, queste contorte pulsioni autoritarie e isolazioniste, non necessariamente nelle loro formulazioni teoriche, ma nell’idea di fondo: gli Stati Uniti devono smettere di garantire la stabilità dell’ordine mondiale e la preminenza del diritto internazionale (visto peraltro come un costrutto da demolire) per concentrarsi sul rafforzamento della propria potenza economica e tecnologica senza curarsi di alleati o sottostare a istituzioni internazionali.
Tali tesi, per quanto grossolane, si innestano sul tronco mainstream di Ray Dalio, il fondatore di Bridgewater Associates uno dei maggiori e più prestigiosi hedge fund (almeno fino a qualche tempo fa) che abbandonati i ruoli operativi coltiva e ostenta ambizioni da guru intellettuale. Nel suo libro Principles for Dealing with the Changing World Order, pubblicato nel 2021, ha descritto il ciclo di vita degli imperi che crescono grazie alla produttività, all’innovazione e alla solidità delle istituzioni. Poi imboccano la fase discendente quando si accumulano debito pubblico, disuguaglianze interne, polarizzazione politica, eccessive spese militari e coinvolgimento in conflitti avulsi dai propri interessi vitali. E una dinamica che Dalio individua ad esempio nella Spagna del Seicento, nell’Impero britannico, in quello olandese e oggi negli Stati Uniti.
La prima crepa compare quando l’impero accumula un livello di debito, sia pubblico che privato, ad un ritmo superiore alla produzione di ricchezza. In questa fase il tenore di vita viene mantenuto aumentando il debito anziché invece della produttività.
L’irresponsabilità fiscale costringe la banca centrale a stampare moneta alimentando l’inflazione e la fuga dei capitali. Poi tra aumento delle disuguaglianze e contrasti interni, la ricchezza tende a concentrarsi e il divario fra ricchi e poveri genera la sfiducia nelle istituzioni, innescando una radicalizzazione dello scontro politico.
L’ultima fase coincide con una crisi sistemica che può assumere forme diverse: virulenta crisi finanziaria causata dai debiti, scontri interni, rivolte, attacchi dall’esterno. Secondo Dalio gli Usa presentano già troppi di questi sintomi, in particolare il debito fuori controllo e l’esposizione su troppi fronti di guerra.
Le oscillazioni di Trump sull’Iran vanno interpretate come un tentativo disperato di cogliere due risultati strategici, alquanto elusivi: evitare una guerra che comporterebbe costi finanziari enormi, contraccolpi politici nella base MAGA e ulteriore debito pubblico, ma dimostrare che l’America rimane una superpotenza in grado di tutelare i propri interessi ovunque nel mondo, senza piegarsi a ricatti.
Più che una semplice indecisione personale, dunque, l’atteggiamento di Trump riflette una contraddizione strutturale: voler riaffermare la primazia della potenza militare imperiale, mentre domina la convinzione che proprio il mantenimento dell’impero stia accelerando il declino americano.
Ne consegue che se il ricorso alla forza comporta costi economici e politici inaccettabili, le aperture diplomatiche e le minacce di Trump saranno accolte con scherno o con dinieghi umilianti come accade da ormai due mesi. Per di più, gli alleati rischiano di percepire Washington come un partner inaffidabile.
La vera domanda, quindi, non è se Trump sia coerente o incoerente. È se gli Stati Uniti possano ancora conservare il ruolo di egemone globale senza pagare i costi che hanno accompagnato il tramonto di tutte le grandi potenze del passato. Se Dalio ha ragione, la risposta è negativa. Se Land e Yarvin hanno ragione, la soluzione non consiste nell’amministrare meglio l’impero, ma nel ridimensionarlo radicalmente. Il problema è che Trump nella sua vanagloria vorrebbe vincere senza pagarne il prezzo. Vale a dire imbastendo un bluff. La politica americana verso l’Iran diventa così il laboratorio nel quale queste visioni, ancora confuse e contraddittorie, cercano una sintesi destinata a segnare il futuro dell’ordine internazionale.
Purtroppo per Trump, gli iraniani sanno anch’essi bluffare bene e all’occasione barare meglio.
Il nuovo articolo scritto a 4 mani con Fabio Scacciavillani e pubblicato su Il Sole 24 Ore, 14 agosto 2026

