Da decenni il flusso dei migliori ricercatori nelle aree STEM e scienze della vita (SV) si muove in una sola direzione: dall’Europa verso gli Stati Uniti. Oggi, per la prima volta, quel flusso potrebbe in parte invertirsi. Non perché l’Europa sia diventata più attraente, ma perché gli Stati Uniti lo sono diventati meno.
E un’occasione a tempo. Le condizioni politiche americane possono cambiare nel giro di un ciclo elettorale, e altri paesi (Regno Unito, Canada, Giappone) stanno già reclutando. Se l’Europa si muove nel 2030, troverà le porte chiuse.
L’Europa non è ferma. Nel 2025 la Commissione ha lanciato “Choose Europe for Science”, un pacchetto cresciuto fino a quasi un miliardo di euro, affiancato da oltre cento programmi nazionali. L’intenzione è giusta, ma lo strumento non basta, per due ragioni. La prima è la dimensione: un miliardo, distribuito su più anni, è poca cosa di fronte a un problema che si misura in decine di miliardi. La seconda, più importante, è che quei fondi vengono incanalati nelle università esistenti, che restano vincolate alle tabelle stipendiali e alle regole del pubblico impiego. Un professore europeo arriva, a fine carriera, intorno ai 200 mila euro lordi: più o meno lo stipendio d’ingresso nelle migliori università americane. Un contributo una tantum per il trasloco non cambia lo stipendio che quel ricercatore percepirà l’anno successivo, e ogni anno dopo ancora. E distribuire le risorse in piccole dosi su ventisette paesi non crea massa critica da nessuna parte.
La proposta è diversa. Invece di aggiungere denaro al sistema esistente, si tratta di costruire dieci nuove università di ricerca, concentrate su STEM+EV, dotate di uno statuto speciale: fondazioni private senza scopo di lucro, fuori dalle regole retributive e operative del settore pubblico. Ciascuna ospiterebbe circa duecento ricercatori principali con iloro gruppi – fra mille e millecinquecento persone in tutto – reclutati soprattutto fra chi oggi lavora negli Stati Uniti, con stipendi competitivi rispetto a quelli che lascerebbero. Il punto non è offrire più soldi alle vecchie istituzioni, ma creare istituzioni nuove, libere dai vincoli che bloccano le esistenti. Il modello non è teorico: l’IST Austria, il Politecnico di Losanna, il Weizmann in Israele, l’OIST in Giappone sono nati così, dal nulla, e oggi competono con le migliori al mondo.
La chiave non è il denaro, ma due condizioni che il sistema pubblico europeo non garantisce: autonomia e concorrenza.
Autonomia significa che ciascuna istituzione fissa da sé gli stipendi, decide chi assumere e su quali linee di ricerca puntare, senza passare per le tabelle e le procedure del pubblico impiego.
Concorrenza significa che queste istituzioni competono tra loro e con il resto del mondo per attrarre i ricercatori migliori e per ottenere finanziamenti, e che al loro interno i gruppi vengono valutati e sostenuti in base ai risultati. E proprio ciò che oggi manca, ed è la ragione per cui aggiungere fondi al sistema attuale resta sterile: senza autonomia e senza concorrenza, più denaro produce più spesa e troppo poca scienza utilizzabile.
C’è poi una condizione di scala, ed è il motivo per cui le nuove istituzioni non possono essere troppo piccole. Sotto una certa soglia – qualche centinaio di ricercatori di valore riuniti nello stesso luogo – non si forma quella concentrazione di competenze che attira altri talenti, e l’iniziativa si spegne. E anche la ragione per cui mille piccoli interventi distribuiti tra ventisette paesi non producono nulla di paragonabile a poche istituzioni di dimensione adeguata: la massa critica non si ottiene sommando frammenti, ma concentrando risorse e persone in un numero ristretto di sedi.
Quanto costa, e con quali soldi. A regime, far funzionare l’intero sistema costerebbe circa dieci miliardi di euro l’anno. Il finanziamento pubblico coprirebbe per intero questa cifra nei primi cinque anni, per poi calare gradualmente fino ad azzerarsi entro il decimo: nel frattempo le istituzioni sostituiscono i fondi pubblici con finanziamenti competitivi alla ricerca, contratti, entrate dalla didattica e donazioni.
L’impegno pubblico complessivo è dell’ordine di settanta miliardi in dieci anni.
Il sostegno pubblico, inoltre, è limitato nel tempo per scelta, non per ottimismo contabile. Entro dieci anni ciascuna istituzione deve essere in grado di mantenersi con risorse proprie oppure chiudere. Non si crea una nuova voce di spesa permanente: si finanzia un avvio, a condizione che produca istituzioni capaci di reggersi da sole. E questa scadenza a distinguere la proposta da un sussidio a tempo indeterminato.
La parte decisiva è la provenienza di quei fondi. Non servono risorse nuove: bastano quelle che già esistono, spostate per un periodo limitato. L’Unione europea spende ogni anno circa cinquantacinque miliardi per la Politica agricola comune. La somma richiesta nella fase di pieno sostegno è una frazione di quella cifra e diminuisce ogni anno fino a sparire. Non occorre nemmeno abolire la PAC, né togliere un euro agli agricoltori: il bilancio europeo per il 2028-2034 prevede gia un taglio del sostegno agricolo vincolato di circa dodici miliardi l’anno, all’incirca la cifra necessaria. Si tratterebbe di destinare quella riduzione, già decisa, alla ricerca anziché lasciarla confluire nel calderone generale.
Sul piano della gestione, il programma andrebbe affidato a un’agenzia europea indipendente, costruita con un’autonomia simile a quella della
Banca centrale: serve proprio a tenere l’allocazione delle risorse fuori dalla contrattazione politica quotidiana. Gli Stati membri ospiterebbero e cofinanzierebbero le istituzioni; le sedi andrebbero scelte per merito e per le dotazioni già presenti – non una per capitale – e i risultati verificati con regolarità da commissioni internazionali indipendenti, con il finanziamento da guadagnare e non garantito in eterno.
L’indipendenza finanziaria piena entro dieci anni è lo scenario ottimistico. Una parte della ricerca di base resta sussidiata ovunque nel mondo – è così per la Max Planck in Germania o il CNRS in Francia ed ovviamente per il CNR in Italia – e alcune di queste istituzioni potrebbero mantenere un piccolo nucleo pubblico permanente anziché azzerarlo. Anche in quel caso, però, l’impegno pubblico resta limitato e molto inferiore a un sussidio perpetuo.
La differenza rispetto alle politiche attuali si riassume cosi. Oggi si aggiungono fondi a un sistema le cui regole impediscono di usarli per attrarre i migliori. La proposta, al contrario, crea istituzioni in grado di pagare e di operare a livello competitivo, e le finanzia spostando – per un tempo definito – una piccola parte di ciò che l’Europa già spende altrove. Se realizzarla o no è una scelta politica. Ma gli strumenti, i precedenti e perfino i soldi esistono già.
Il nuovo articolo scritto insieme a Michele Boldrin e pubblicato su Il Sole 24 Ore, 27 Giugno 2026

