Come spesso accade nel processo di adozione delle innovazioni dirompenti, l’intelligenza artificiale (Al) indurrà grossolani errori e tragici malintesi nell’implementazione fatua di strategie obsolete orientate a “migliorare l’efficienza dei processi”, oppure a “potenziare le operazioni” o addirittura a “velocizzare l’assistenza ai clienti”. Ma l’Al non sortirà effetti travolgenti perché renderà più efficiente o rapido il trito tran-tran quotidiano. Cambierà il mondo perché consegnerà il tran-tran alla pattumiera della Storia economica e manageriale, relegherà gli attuali processi manifatturieri all’archeologia industriale, renderà superflui molti servizi oggi affidati agli umani. L’AI non è uno sviluppo incrementale: è un micidiale maglio di shumpeteriana distruzione creatrice.
Secondo l’intramontabile lezione di Schumpeter il capitalismo avanza a ondate: ogni innovazione non si limita a potenziare l’esistente, lo demolisce. La storia economica insegna che chi usa la nuova tecnologia per preservare lo status quo resiste – nella migliore delle ipotesi – qualche anno. Dunque, chi presume che l’intelligenza artificiale perfezioni una stantia gestione aziendale rischia il destino delle cabine telefoniche.
La stampa non ha velocizzato il lavoro degli amanuensi. Li ha eliminati. I word processor hanno segnato il destino delle dattilografe. L’internet banking non ha reso più produttive le filiali bancarie, le ha rese una zavorra. Gli agenti di borsa con l’avvento del trading elettronico sono diventati una vestigia del passato. Le agenzie di viaggio sono quasi estinte a causa delle prenotazioni in rete di aerei, treni e alberghi.
Invece molti manager e consulenti “strategici” si focalizzano su obiettivi vacui: “Di quanto l’Al riduce il tempo medio pratica, il costo per pratica, il ciclo ordine incasso?”. E la mentalità da servizio postale nell’epoca dell’e-mail. E il ridicolo dei burocrati, orgogliosi del modulo in Pdf da stampare per digitalizzazione impone di abolire il certificato. È la multinazionale che agli albori di internet si limita a creare il suo sito web.
Piuttosto, è fondamentale acquisire in tempi record una mentalità brutalmente lucida: chiedersi se il ruolo dell’azienda nella catena del valore sopravviverà (e in che forma) fra cinque anni, quando l’AI opererà a pieno regime. In sintesi, occorre chiedersi: nel mondo delle chatbot, quali processi aziendali andranno smantellati? Chi verrà spazzato via? In quale condizione ci troveremo?
La sfida non consiste nell’integrare il sistema Al in un contesto stantio, ma nell’avviare un’opera sistematica di demolizione creativa dall’interno; nel misurare il successo non in ore risparmiate, ma in fasi, compiti, ostacoli, colli di bottiglia rimossi; nel trovare soluzioni geniali aggredendo e sconvolgendo settori, territori e rendite di posizione altrui. Lo schema iper-schumpeteriano dell’ecosistema AI non impone di perseguire l’efficienza di rito fordista, bensì una rivoluzione nel produrre valore scardinando paradigmi consolidati.
I campioni che domineranno non saranno quelli con il sistema LLM più avanzato, ma quelli che avranno usato l’AI come leva per ridefinire come opera una banca, un costruttore, una media company, una clinica, uno studio legale, un social network, una fabbrica. Oppure quelli che avranno avuto il coraggio di immaginare prodotti e servizi che attualmente sono a malapena descrivibili o concepibili. Nella logica schumpeteriana, non vincerà chi difende il proprio settore; vincerà chi lo ridefinisce, ne crea di nuovi, ne ibrida altri.
In questo quadro, limitarsi ad integrare Al e umani rischia di essere fuorviante perché i problemi da risolvere non resteranno gli stessi, né saranno semplicemente distribuiti diversamente tra uomo e macchina. Ad esempio, se un sistema Al gestirà le interazioni con clienti e fornitori in modo automatico e continuo 24/7, procurement e CRM come evolveranno?
In conclusione, se prendiamo sul serio Schumpeter, dovremmo smettere di illuderci che l’AI ci renderà più produttivi con minimo sforzo e iniziare a chiederci come verrà riconfigurato il sistema economico e produttivo in un mondo dove l’AI sarà integrata ai robot, alle stampanti 3D, alla generazione di immagini, alle diagnosi mediche, agli autoveicoli ecc.
Il dilemma che fronteggiamo oggi non è tra l’adozione o meno l’AI. E tra l’adozione volta ad ottimizzare un’impresa in declino, oppure concepita per cavalcare l’onda del progresso che si gonfia impetuosa.
Il nuovo articolo scritto insieme a Fabio Scacciavillani pubblicato su Il Sole 24 Ore

