Usa: Forchielli, taglio tasse Trump, non contateci troppo

Una riforma fiscale Usa “dettata più dal desiderio di fare vedere, prima delle elezioni di mid term, che i repubblicani ci sono ancora piuttosto che da una lucida visione di ciò che bisogna fare”. E sulla quale pende un grosso punto interrogativo, tanto che le borse – non solo Wall Street – potrebbero segnare una correzione ben più vistosa di quanto visto finora sulle attese deluse dai timori di un rinvio.
A dirlo, mettendo nel mirino la riforma con cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump propone di tagliare la corporate tax, la tassa sulle imprese, al 20% dal 35% attuale, è Alberto Forchielli, managing partner del fondo di private equity e osservatore privilegiato del dibattito in corso negli Usa.
“Dopo le due sonore sconfitte in Virgina e New Jersey, i repubblicani si sono presi un bello spavento e hanno il bisogno disperato di far passare almeno una riforma”, racconta Forchielli al telefono da Boston. Ma c’è “un grosso interrogativo” innanzitutto su quale riforma passerà: alla Camera e al Senato, in commissione, sono passate due riforme diverse.
Non solo. Al momento si tratta di una riforma voluta solo dai Repubblicani, che al Senato hanno una maggioranza striminzita, di una manciata di voti: pe”per una legislazione fiscale di questa portata servirebbe un voto bipartisan, così è andata per tutte le riforme importanti dal dopoguerra ad oggi”. Insomma, “già di per sé, la riforma delle tasse parte male, per quanto giusto ridurre la troppo onerosa corporate tax americana e sanare le distorsioni con cui le grandi corporation eludono quel regime fiscale”, taglia netto Forchielli.
Non sarà facile portare i democratici al tavolo della trattativa, racconta il finanziere italiano. Dati i vincoli di bilancio, “il meccanismo è detassare le imprese prendendo i soldi dai blue states, gli Stati democratici, togliendo la deducibilità delle imposte statali o delle grandi donazioni e andando così a colpire maggiormente stati come New York o California”, racconta Forchielli.
E poi ci sono gli aspetti economici. Lasciando invariate le tasse alla classe media e ai ceti più abbienti, “si crea un deficit pari all’1% del Pil l’anno, il massimo consentito dalla legge”, nota Forchielli. Una mossa presa di mira da numerosi economisti, soprattutto nella promessa di Trump secondo cui il taglio delle tasse servirà a spingere la crescita Usa al 4% quando la maggioranza di loro è convinta che per arrivare a tanto servirebbe un rilancio della produttività, che non si vede.
Fallita la cancellazione della riforma sanitaria di Obama, con il piano di investimenti in infrastrutture e la svolta protezionistica in alto mare, Trump ha fretta di chiudere sulle tasse entro l’anno, ma già si parla di uno slittamento al 2019. “E’ l’ultima spiaggia per approvare qualcosa, e i repubblicani rischiano di perdere la Camera”, racconta Forchielli. Potrebbero farcela, sul fisco. magari con un compromesso al ribasso. In caso contrario, Trump ne uscirà azzoppato.
 
Articolo pubblicato su Ansa.it, 13 Novembre 2017
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